Due file di pilastri e capitelli che sorreggono arcate a tutto sesto; sul retro il catino absidale decorato a colonnine, sul fronte l’originale
facciata con il piccolo rosone sul portale e il campanile a vela che s’innalza sui salienti laterali. Santa Maria di Cartignano è ciò
che resta di un monastero medievale, citato già in un atto di donazione del 1024, sommerso dai detriti franosi della collina sovrastante e riportato
parzialmente alla luce nel XIX secolo. Monumento nazionale dal 1902, elemento iconico per Bussi, ha preservato il fascino evocativo delle antiche rovine,
che, con lungimiranza, negli anni Sessanta del secolo scorso si decise di non modificare con azioni di restauro dell’edificio. Così, oggi,
è possibile visitare il monumento privo di copertura, superare il portale ad architrave semicircolare, attraversare la navata centrale al sole del
mattino o sotto un cielo di stelle, immaginandone pareti, capriate e dipinti, lasciandosi suggestionare dai pesci che decorano alcuni capitelli (allusione
al fiume e simbolo cristiano per eccellenza), o ricordando l’affresco di Armanino da Modena (1237) raffigurante la Deesis (il
Cristo Benedicente seduto in trono tra la Madonna
e San Giovanni Battista), un tempo sull’abside e oggi conservato al museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila.
Altri affreschi sono visibili nei resti delle mura laterali: San Nicola, San Benedetto,
Sant'Agata, San Paolo, San Amico,
San Mauro e San Pietro.Un bassorilievo raffigurante la morte in Croce di Gesù, oggi è conservato nella chiesa parrocchiale.
Storia
Santa Maria di Cartignano ci racconta di un tempo antico, quando dipendeva dall’abbazia di Montecassino: è
del 1021 una bolla papale che cita una cella benedettina che riceve un piccolo appezzamento di terreno donato da un sacerdote di
nome Anserano. Documenti imperiali (da Edoardo II nel 1023 a Corrado II ed Enrico III), confermano l’origine cassinese del monastero. Un diploma di Lotario nel 1137 riporta per la
prima volta nel nome Carciniano: etimologia incerta, per cui si ipotizza un riferimento alla lavorazione della carta per il papato: oppure un’origine latina (come
testimonierebbe il documento redatto nel 1038 dal preposito Raniero che recita: “in locus ubi Cartinianu vocatur”), indicante che la chiesa sorgeva su un appezzamento di
terreno o su un’area appartenuta un tempo, ad un certo Cartinius.
A partire dal 1065, Santa Maria diventa monastero benedettino. Tra il 1079 e il 1216 viene posta sotto la giurisdizione di San
Liberatore a Majella, il più importante monastero dipendente da Montecassino in Abruzzo.
L’attività monastica s’interrompe alla fine del XIV secolo e il monastero diventa semplice beneficio ecclesiastico annesso a San Liberatore a Maiella, per passare sotto il controllo dei
Cantelmo, duchi di Popoli e reggenti di bussi, dal 1390.
L’abbandono definitivo si ebbe tra il 1550 e il 1660, e pur tornando per un periodo sotto l’influenza di San Liberatore e poi, a metà ‘700, dei monaci Celestini, la chiesa
continuò a degradarsi, anche a causa di eventi atmosferici e geologici avversi. Antonio De Nino, studioso massimo del suo
Abruzzo, ne fu testimone, così come, nel 1912, Ignazio Carlo Gavini, che chiese un intervento della Soprintendenza. Si aspetterà il 1968, per riportare a nuova luce un monumento unico.